Le ragioni della coscienza

Le oligarchie approfittano sempre dello sviamento delle coscienze, altrimenti non riuscirebbero a rendere duraturo il loro predominio. Questo conferma che siamo personalmente responsabili di tenere sveglia la nostra coscienza. Ogni tanto bisogna guardarsi dentro. Fermarsi, ascoltarsi, accettare l’ospitalità del silenzio. Una persona porta frutto nella vita sociale solo se è autentica, libera dalla logica del potere, dalla chiusura mortifera nell’individualismo, dalla desolazione della superficialità, dalla tentazione della disperazione, dalla paralisi dell’indifferenza. L’incuria verso se stessi fa del male a noi e a chi ha a che fare con noi. Gandhi ricorda che non si può contribuire alla democrazia se non si esercita la libertà del governo di sé.

L’educazione ricevuta, gli incontri, gli esempi, gli eventi, le amicizie, la voce della coscienza, la scoperta degli ideali e dei valori importanti, la passione morale e civile, la fede nel bene (intesa in senso religioso o altrimenti), le scelte di vita: tutto questo può motivare l’impegno per il bene comune. Ma via via dobbiamo fare i conti con esperienze negative che ci disgregano dentro, che logorano le relazioni, che seminano lo sconforto. Così spesso accade che ci troviamo a vivere nella nebbia, come se la luce del sole fosse solo un ricordo. Chiunque passa per l’esperienza della frustrazione, della solitudine, della meschinità, della viltà, dell’incoerenza, della sconfitta, del fallimento, della delusione. Del male che non si può imputare agli altri, ma a se stessi. Sono fattori di chiusura che è necessario affrontare.

Tale compito è reso più difficile dal clima sociale di questi decenni, dove si soffre di claustrofobia. Non parlo dell’effetto del confinamento a causa della pandemia. Parlo del trovarsi nella cappa asfissiante di una società vissuta come se non avesse alternative e fosse un immenso, stupido mercato. Un mercato che è guerra di tutti contro tutti, dove in un attimo si licenzia la vita delle persone; dove si può morire di fame, di freddo o di surriscaldamento climatico; dove si muore per la vergogna di non poter mantenere la propria famiglia; dove la natura è sfregiata sistematicamente; dove manca l’aria ai polmoni, all’anima, al pensiero e alle esistenze.

In queste condizioni è facile implodere interiormente, indurirsi, avere da esprimere solo angoscia e rancore. Una reazione difensiva diffusa e tossica è quella che porta a negare la realtà, come dimostrano le molte e ricorrenti varianti del negazionismo. Le versioni classiche sono la negazione delle iniquità occidentali contro l’Africa, l’America Latina e vaste aree dell’Asia (mentalità colonialista, razzismo) e la negazione della Shoah (antisemitismo). Ancor più antico è il negazionismo rivolto contro la dignità delle donne (maschilismo). Dal XVIII secolo e poi soprattutto dalla seconda metà del XX secolo a oggi rimane straordinariamente attivo il negazionismo della dignità dei viventi a causa del culto del capitale (liberismo), a cui si aggiunge il negazionismo che dichiara inesistente la devastazione ambientale globale. Da ultimo si è affermato il negazionismo che riduce il covid-19 a un’invenzione.

Quando molti negano la realtà, il Potere ringrazia. Alla radice di ogni negazione irrazionale c’è sempre la perdita, o il mancato sviluppo, della capacità di aderire alla vita, rispettando se stessi e gli altri, prendendosi cura delle relazioni che ci coinvolgono, custodendo la parte di mondo che ci è affidata. La guarigione da questa disumanizzazione resta affidata alla scoperta di una Fonte di senso, di energia, di fiducia e di luce che ci restituisca alla vita e a quella libertà che si attua solo nella responsabilità per il bene degli altri. Ma anzitutto c’è il dovere di onorare la propria dignità di persona, respingendo la seduzione della morte spirituale. Essa ci illude di rendere sopportabile una vita infelice gettandoci nel degrado di chi sopravvive con una coscienza disintegrata e nel rifiuto della realtà.

Roberto Mancini

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